IN SILENZIO

Con rispetto passo sotto i seracchi del ghiacciaio Laveceaux. 
Incutono timore le murate bianche pareti che si osservano di notte dal Cosmique del Mont Blanc du Tacul.
Chissà per quanto tempo, sulla Terra, è risuonato solo il suono delle foglie degli alberi.
Senza che alcuna specie animale potesse ascoltarlo. Per non dire del suono muto dopo il frastuono che deve aver prodotto il movimento delle placche tettoniche che dividendosi e incuneandosi una nell’altra hanno prodotto i continenti nella forma come li conosciamo oggi. Non di meno il lieve fruscio dei fiocchi di neve che d’inverno si posano sul manto imbiancato sotto i pini. Il suono del nulla dopo il fragore della valanga che precipita a valle dal pendio ripido della montagna. 

Tutto questo noi lo chiamiamo silenzio. 

Ma è anche silenzio il frantumarsi del ghiaccio sotto il peso dei ramponi la notte quando lascio il rifugio Guide di Ayas per la salita alla Roccia nera.   È silenzio il lontano rumore del ruscello risalendo la valle Etroite dal rifugio Re Magi per raggiungere la cima del monte Thabor.  È silenzio svegliarsi all’alba per percorrere il tratto di via Francigena che parte dall’Hospice col du Grand Saint Bernard e, guardando il lago ai piedi del massiccio Gran Combins, scende verso i paesi di Saint Rhemy en Bosses prima, Saint Oyen ed Etroubles poi, per giungere infine ad Aosta passando da Echevennoz.
È silenzio anche nelle città ma non lo sentiamo più in nessuna ora del giorno. 
È silenzio il suono delle cicale nei campi del mezzodì.

Nei nostri pensieri il silenzio spesso lo accompagniamo con l’idea del vuoto.  Ma è solamente una idea poiché come il vuoto non è vuoto allo stesso modo il silenzio non è silenzio.  

Oggi si direbbe, per non offendere alcuno, che è un suono diverso.  Amenità linguistiche. In realtà a me piace pensare che il silenzio lo si possa vivere ascoltando il Dettigen te Deum HWV 283 di Hendel oppure il suo Dixit Dominus HWV 232 immaginando che le montagne intorno altro non siano che le pareti della abbazia di Westminster. Talvolta, ascoltando la Fantasia e fuga BWV 542 dell’immenso J.S.Bach, ho immaginato che l’organo a canne fosse posto in cima alla valle salendo verso il monte Chaberton o immediatamente nelle vicinanze della fortezza abbandonata sotto la sua cima.  
Nondimeno ho ascoltato il silenzio prodotto attorno a me dalle note che scaturivano delle chitarre di David Gilmour, Carlos Santana, Mark Knopfler, Eddy Van Hallen, Robert Smith, Slash, Neil Young, Jimmy Page e molti altri.  

MARTE 

Ma nel silenzio i pensieri corrono percorrendo il Grand glacier de Verraz e, senza più bisogno di ancorarsi al presente, si spingono oltre il tempo stesso.
Dalla piattaforma B-346Y sospesa in cima al monte Breithorn è in partenza alle ore 10:00 la astronave per il viaggio mattutino con destinazione Marte.  Nessun ritardo. La navicella lascerà il suolo all’orario indicato nel tabellone a nano-led che tridimensionalmente sovrasta la volta. Agli occhi di un osservatore esterno, la stazione di partenza appare come un immenso cubo di vetro sospeso sulla sommità del monte. Dall’esterno solamente vetro e niente altro. Non una giuntura, una finestra, una qualunque increspatura che denotava l’alto livello tecnologico di costruzione oramai raggiunto.  Ma non appena si varca la soglia che immette all’interno lo scenario cambia significativamente.  È meraviglia quello che si può osservare. Tutto ciò che si può immaginare per una stazione adibita ai viaggi interplanetari è lì, presente. Ovunque tecnologie e comfort di ogni genere. Da qualunque punto della stazione osservando dall’interno verso l’esterno si può far spaziare lo sguardo su tutte le montagne circostanti che a perdita d’occhio portano la mente fino alla pianura in lontananza. Uno spettacolo di impressionante bellezza.  Anche lì, nonostante tutto, il silenzio continua essere di casa.

Quando fra non molto la navicella lascerà il suolo terrestre anche la piattaforma sparirà dalla visuale dell’orizzonte. Osservando anche in questo caso il gruppo montuoso dall’esterno non si vedrebbe altro che l’increspatura dei monti che tracciano l’orizzonte dal monte Breithorn fino al Castore avendo essi mantenuto i nomi che fin dai primordi della umanità furono a loro assegnati. Lo stesso increspato orizzonte è visibile nelle limpide notti estive a chi usualmente sale fino al colle che guarda a est la Dos de Rollin per ammirare lo spettacolo sotto le stelle. 
Nessun problema con gli imbarchi degli ultimi viaggiatori che si vedono già in lontananza aver raggiunto il colle posto alle pendici del piccolo Cervino sulle loro tavole galleggianti in aria. Ancora pochi istanti e approderanno sulla piattaforma.   Nell’anno 10963 non sono più necessari lunghi ed attenti avvicinamenti al monte. Oramai da migliaia di anni sono avvenuti significativi cambiamenti nella viabilità terrestre. Era l’anno 6245 quando fu scoperto come “eliminare” dalla crosta terrestre tutte le vetuste inutilizzate infrastrutture in cemento e non meno tutte le strade che nei tanti secoli precedenti erano state costruite spalmando asfalto ovunque. Di non minore importanza fu quando qualche millennio ancora prima si scoprì come eliminare la propulsione dei mezzi di locomozione bruciando idrocarburi. Ora nel 10963 la propulsione diciamo è pulita, inesauribile ed infinitesimamente poco voluminosa tanto da essere invisibile. Purtroppo, furono necessari secoli di studi sulle particelle elementari per giungere a questo risultato nel cui mentre furono commessi scempi di ogni genere sulla faccia del pianeta blu. Era preistoria. 
Ora la terra è ritornata alla sua primordiale bellezza ed ovunque la natura ha ripreso il suo inarrestabile corso. Nel centro della enorme sala di attesa della piattaforma B-346Y sono posti alcuni cimeli del secondo e terzo millennio a beneficio e monito per tempi futuri.  Alcuni documentano quando un gruppo di persone di quel tempo si adoperarono per dare varia forma alle idee di promuovere la frequentazione, la conoscenza, la passione per la montagna. Altri erano oggetti di varia fattura che documentavano il cammino svolto dagli uomini di quel tempo nell’esplorare le montagne.  Si potevano ammirare vecchie corde in canapa, cotone e dyneema. Giacche chiamate “a vento” in nylon e goretex. Bastoni di varia lunghezza in legno, alluminio e carbonio. Una infinità di chiodi, borracce, ramponi ed altro genere di abbigliamento in molteplici fattezze e colori.  Ma ciò che più stupefacente era che, in una sezione tutta per loro, erano menzionati anche coloro che, al pari di famosi scopritori, scalatori e studiosi, con il loro piccolo impegno avevano dato un futuro alla nostra bellissima Terra.

LUGLIO 2019
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