PROLOGO
Il rifugio Arp, d’estate, è il punto di partenza per le escursioni verso le punte e gli innumerevoli laghi circostanti.
In inverno, meta di sciatori e ciaspolatori, ripaga la fatica della salita con la vista dall’alto, nel vallone di Palasinaz, su tutte le montagne dell’alta val d’Ayas.
Il plenilunio del fine settimana di febbraio ci avrebbe aiutati a camminare nella vastità della notte, illuminando i passi sulla neve.
I laghi innevati di Valfredda e, forse, il lago della Battaglia sarebbero stati la meta della mattina successiva.
Questa era la descrizione sulla locandina che avevo preparato per promuovere la ciaspolata di febbraio.
Si iscrissero in trenta.
L’ESCURSIONE
Il rifugio Guido Rey, in alta valle di Susa, al cospetto della Grand’Hoche, era la meta. Avremmo dovuto dormire in tenda nella notte del plenilunio di febbraio.
Così avevamo pianificato mesi prima, quando stendemmo il programma delle escursioni invernali.
Che non fosse l’anno dei migliori lo avremmo dovuto intuire quando giunse la notizia che il Rey era chiuso e della notte in tenda non se ne parlò più, già durante i preparativi.
Forse si poteva rinunciare alla tenda. Tutto sommato non era un elemento fondamentale, sebbene avrebbe aggiunto un po’ di brivido alla notte.
Il rifugio lo avremmo trovato. Le nostre Alpi occidentali ne sono piene.
Dovevamo trovarlo, perché il plenilunio sarebbe giunto comunque, indipendentemente dalle nostre difficoltà logistiche. E il fascino di una camminata notturna al chiaro di luna non potevamo certo perderlo.
Condizioni meteo permettendo.
Il meteo fu clemente.
L’escursione notturna si fece.
Lasciammo le auto nella piazzetta adiacente la chiesa di San Grato (1713), in località Croix, sopra l’abitato di Brusson.
Poche case, un albergoristorante che, in tanti anni di frequentazione invernale, non ho mai visto aperto, e una fontana.
La fontana, a dir la verità, è l’angolo più frequentato. Molti, terminata la giornata, riempiono il riempibile e si portano a casa per la settimana un “pezzo” di montagna.
Avremmo potuto parcheggiare più in alto. Sarebbe stato più comodo scendere dall’auto e partire. Poco oltre, infatti, la località è una nota stazione sciistica, frequentata dagli amanti dello sci da impianto.
Non è per evitare l’affollamento, né per sfuggire agli impianti, che parcheggiammo più lontano, ma per frequentare la montagna in modo diverso.
Per non arrivare fin dentro il rifugio con la macchina.
Da anni, in valle d’Ayas, alcune associazioni sono impegnate a evitare che il vallone delle Cime Bianche diventi l’ennesima zona ad alto sfruttamento turistico.
Un piccolo gesto il nostro, ma sufficiente a ricordarci che la meta dell’escursione non è la cima, bensì il cammino: quello per arrivarci, e quello per tornare a valle.
Qualcuno brontolò.
Era inevitabile.
«Ma sei sicuro che ci sia la neve? Saliremo mica con le ciaspole nello zaino?»
La neve la trovammo. E anche molta.
Soddisfacemmo la voglia di affondare fino alle ginocchia scendendo qualche pendio sotto la Punta Palasina.
Camminammo nella neve così tanto che qualcuno tornò stremato alla macchina.
Questo, però, il giorno dopo.
Ora, mentre il giorno volgeva al termine, nessuno poteva ancora saperlo.
Il nostro appuntamento per la serata era con altro.
Un appuntamento che avrebbe potuto anche saltare.
A volte basta pochissimo perché un’attesa tanto desiderata svanisca. Sarebbe bastata una nuvola.
Una nuvola effimera.
Lessi l’ora sull’orologio, feci qualche rapido calcolo e capii che dovevamo affrettare il passo. Alle cinque del pomeriggio, a febbraio, c’è ancora luce, ma restiamo pur sempre in inverno. Dovevamo arrivare puntuali nei pressi del borgo di Chavanne, prima di incamminarci sotto i pendii valanghivi del mont Bieteron.
Risalimmo i declivi di neve fradicia ai margini del bois de Carlo, che insieme al bois de la Manda supera in estensione il più noto bois de Estoul.
Da giorni le temperature elevate avevano fatto arretrare il confine tra il mondo della neve e i prati gialli di primavera.
Zigzagammo tra gli alberi per non impantanare le ciaspole nel terreno molle. Fu allora che, lasciandoci alle spalle gli impianti e i gatti delle nevi intenti a spianare le piste per i gitanti del giorno dopo, entrammo finalmente nel mondo incantato della montagna.
Gli alberi nascondevano ancora le cime. Il gruppo si allungò. Non c’era pericolo. Ognuno proseguiva secondo il ritmo dei propri passi.
Dopo un po’ incontrammo una casa. L’ultima, se osservata dal lato opposto della borgata.
Un pino solitario su un pianoro, appena fuori dal bosco.
Poi l’oscurità avanzò.
E il rifugio apparve, lontano, come una minuscola macchia grigia su uno sperone di roccia. Il tempo di attendere tutti, e il buio lo inghiottì.
Fu buio.
L’unico attimo davvero buio della sera.
Accendemmo le pile frontali.
Ora la neve non mancava sotto i nostri piedi. Nell’oscurità trovare la traccia per la salita non fu facile. Si accesero le prime frontali. Chi di noi ne era munito accese anche un led rosso: chi sullo zaino, chi al posto della luce frontale.
Lo ammetto, questi led in passato non si usavano: sono una derivazione dal mondo della bicicletta. Tuttavia, servono a indicare un punto certo a chi sta un po’ indietro o, forse, chissà, sono solamente un vezzo di colore nel buio.
Non so quanti lo notarono, ma lontano il rifugista, accertata la nostra presenza nella valle dalle nostre pile, lampeggiò a sua volta per indicarci che ci stava attendendo. Lampeggiò un po’ e poi si spense. Tacque.
Nel mentre si era fatta l’ora dell’appuntamento e, puntuale, la luna comparve ai nostri occhi. Era riluttante a mostrarsi. Scomparve pressoché subito. Non era pronta. O forse non eravamo pronti noi. Si nascose e noi non ci sottraemmo al suo gioco.
Il sentiero ora scendeva leggermente per poi spianare, passando sotto il lago Literan. Una serie di frane nevose erano su quella che, in altra stagione, sarebbe stato il sentiero. Ora, innevato, era un’unica piana con l’ambiente circostante. Su una frana passammo sopra e sull’altra ci girammo intorno.
Passammo veloci, per quanto fosse possibile, quel tratto fino a giungere al grand torrent, completamente sommerso dalla neve. Era il punto sicuro dal quale dipartono i sentieri che salgono al rifugio Arp. Ci ricompattammo nuovamente. Faceva freddo. Indossammo il guscio.
In silenzio, passo dopo passo, nella neve ghiacciata, incominciammo a salire.
Penso che fu allora, ma non ricordo esattamente, che tutti o quasi spegnemmo la luce della pila frontale. Non era più necessaria. La luna, nella sua bellezza, si mostrò e noi, con lei, al chiaro della sua luce, salimmo la montagna.
Alcuni tentarono una fotografia. Altri si accontentarono di serbarne il ricordo. La sua luce illuminava la neve e la traccia che, fino a poco prima, era una vaga increspatura del manto ora era una strada chiara dinnanzi a noi. Impossibile perdersi.
Si sale, poi il sentiero ripiega verso valle, risale lasciando un avvallamento alla nostra sinistra, ripiega sulla parte opposta, sale e, dall’alto, si intravede nell’oscurità un alpeggio. Passammo oltre e superammo un avvallamento.
L’incanto fu totale. La fatica.
La neve. Il buio.
La luna.
I pensieri.
Un ultimo sforzo e saremmo arrivati. Rimaneva da superare un ultimo tratto ghiacciato. Forse un po’ ripido per percorrerlo di notte.
Ma…
Fu allora che Claude Debussy si sedette.
Guardò attorno.
Ci vide silenti. E iniziò a sfiorare i tasti.
Una nota.
Poi un’altra.
Clair de lune.
La luna si mostrò in tutta la sua bellezza.
Ci illuminò.
Ci salutò sorridente.
Giungemmo infine.
Poi vennero la cena, l’allegria, il riposo e il magnifico spettacolo del vallone di Palasinaz innevato la mattina successiva. Il mondo sotto di noi, nel frattempo, stava cambiando a nostra insaputa. Lo scoprimmo pochi giorni dopo il rientro.
Il plenilunio di febbraio del 2020 non lo scorderò più.
EPILOGO
Nei giorni successivi all’escursione lasciai ancora aperta, per qualche tempo, la chat che avevo usato per le comunicazioni di servizio, affinché in molti potessero scambiarsi le impressioni sulle due giornate trascorse sulla neve. Complimenti, attestati di soddisfazione per i luoghi frequentati, per la montagna e per l’incanto della luna.
Qualcuno scrisse anche di aver sentito, la mattina, svegliandosi, le note di una melodia.
Lasciai scrivere, salutai tutti ad uno ad uno e, sorridendo, contento, prima che la luna tornasse a noi invisibile, chiusi la chat e, con lei, me ne andai.
8-9 febbraio 2020