1562
Giovanni Pierluigi da Palestrina, detto anche il Palestrina per via del luogo natale, compone la Missa Papae Marcelli. È una composizione polifonica destinata a tracciare una via maestra nel mondo della musica.
Era un musicista di fama. Da poco aveva ricevuto un nuovo incarico presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, dopo ben sei anni trascorsi lontano dalla cappella vaticana, per il solo fatto di essere stato considerato un cantore non in linea con i tempi. Rimase comunque, nel frattempo, maestro della cappella musicale Pia Lateranense.
Erano anni tormentati per la musica sacra. Anni non così lontani, penso, da quelli che ciascuno di noi attraversa quando cerca una forma più essenziale per dire ciò che conta.
Il concilio di Trento, che si stava svolgendo e che si sarebbe concluso di lì a un anno (1545–1563), cercava di ristabilire, forse, nuovi equilibri anche in campo musicale, dopo lo sconquasso dello scisma luterano.
PALESTRINA
Scrisse il capolavoro forse memore dei fatti accaduti in occasione della cerimonia di elezione di papa Marcello II (1555), quando i cantori fecero sfoggio della loro arte musicale e vennero successivamente ripresi per l’eccessivo sfarzo, richiamati a una partitura più sobria.
Papa Marcello II, ultimo pontefice a mantenere il proprio nome anche dopo l’elezione, governò la Chiesa per soli ventidue giorni. A lui la messa non è dedicata, ma composta come a lui sarebbe piaciuta: la Messa di papa Marcello, come recita il titolo dell’opera.
La composizione piacque al punto che rimase nei secoli la musica per eccellenza suonata in occasione delle investiture papali. Lo fu fino al 1958, per papa Giovanni XXIII.
LOCANA
Il paese si trova alle porte del parco del Gran Paradiso, subito oltre la biforcazione tra la valle Soana e la valle Orco.
Pochi sanno che si tratti di uno dei comuni più estesi d’Italia, troppo spesso considerato un semplice punto di passaggio dai turisti domenicali che percorrono velocemente la strada di fondovalle per raggiungere i paesi più alti e noti del parco.
Turisti ed escursionisti frettolosi. Poco attenti.
Oggi la nostra escursione inizia da qui. È nevicato nei giorni scorsi e sono certo che la neve non si sia ancora sciolta. L’ho visto osservando il monte dietro casa, dalla finestra, prima di partire.
Certo, le previsioni meteo sono importanti. Ma uno sguardo alla punta della montagna, molte volte, mi aiuta molto di più.
Carico le ciaspole in auto.
Oggi serviranno.
Servono.
Parcheggio nell’ampio piazzale di fronte all’ufficio turistico. In bella mostra vedo lo striscione che invita ad andare nel vallone silenzioso di Cambrelle.
È lì che dirigo i nostri passi, oggi.
Ad ascoltare il silenzio.
CAMBRELLE
Si raggiungono facilmente le poche case rimaste lasciando l’auto nei pressi della frazione Porcili e, a pochi tornanti, della più nota e frequentata frazione Cantello, punto di partenza per la salita alla Punta Cia (alpe Cialma).
La salita con le ciaspole si snoda con un continuo saliscendi immerso nel bosco di faggi e castani oggi innevati. Mi volto e ancora vedo lontana la cima Mares e, poco oltre, scorgo il Monte Soglio… e immagino, poco sotto, non visibile, la mia casa. Sì, sono a casa. Pochi chilometri da casa ed eccomi attorniato da montagne bellissime e innevate. Geograficamente siamo ancora nel Canavese. Un Canavese diverso da quello dei laghi morenici e del buon vino che li caratterizza. Tornano in mente le tante passeggiate fatte con gli amici un po’ più in basso. Il territorio di casa, sempre sconosciuto, da conoscere, frequentare e condividere.
San Vito è la cappella locale. Le nostre valli ne sono disseminate, dedicate a santi un tempo legionari e martiri, in altri casi a santi le cui gesta si perdono nella leggenda. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Siamo oggi ciò che siamo stati nel passato. Non dimentichiamolo, anche quando camminiamo su un sentiero di montagna. Preserviamo le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra storia.
VALLONE SILENZIOSO DI CAMBRELLE
Non ho indagato molto sulle ragioni per cui questa valle laterale della valle Orco sia stata da sempre così definita dagli abitanti del luogo. Pare sia per via dell’assenza di vento, ma non vorrei dire altro di inopportuno.
Certo è che silenzioso non significa morto, privo di vita. Qui di vita, fra questi monti, ce n’è tanta e silenziosamente visibile. Salendo sulla neve fresca, non ancora calpestata, mi diverto a seguire le tracce di un animale che ha lasciato prima di me le impronte del suo passaggio. Lo seguo per non perdere la via.
Ha camminato lungo il bordo del sentiero, quasi avesse bisogno di affacciarsi sempre con lo sguardo a valle. Solamente in occasione delle svolte cambia traiettoria e percorre la curva con la massima pendenza, ma con il minor percorso. Poi torna sul bordo, a guardare in basso. Cammino al suo fianco mentre la neve rotola in piccoli gomitoli.
In estate il tracciato per raggiungere la meta odierna non presenta alcuna difficoltà. Ho trovato, su alcune recensioni, che viene definito elementare. Non mi ero mai imbattuto in questa definizione. Solitamente si parte dalla classificazione turistica per passare alla successiva escursionistica, e così via.
Non mi stupisco. Siamo abituati a sentire parlare di tempi di percorrenza e dislivelli. Cerchiamo la competizione in ogni circostanza. Inutile parlarne: è un segno distintivo di questi tempi.
Ricordiamolo quando, tornati a casa, mettiamo in fila i pensieri della giornata. Proviamo a parlare di ciò che abbiamo visto e delle emozioni che ne sono scaturite. Ci ascolterà qualcuno?
PRATOFIORITO
Ora veniamo al lago, meta della nostra escursione.
Un lago, in geografia, è definito come un avvallamento del terreno riempito in vario modo da acqua. Elementare e semplice nella sua enunciazione. Poi, in funzione della sua origine, può essere vulcanico, glaciale, artificiale, tettonico, carsico o costiero. Quest’ultimo, ovviamente, introvabile sulle nostre montagne. Possono essere stagni e paludi.
Un mondo vasto e variegato.
Un lago invernale è altra cosa.
Non c’è.
Ai più può sembrare una delusione raggiungere un lago che non c’è. Tanta fatica per vedere il nulla.
Non è così.
Il suo perimetro lo si può scorgere osservando attentamente l’andamento del suolo. Il confine indefinito fra l’acqua immaginata e la montagna presente.
È un accenno nella neve.
Il lago è lì, presente.
Si mostra in tutta la sua bellezza.
Lo vedo.
E sono contento.
NON C’E’ CIO’ CHE NON VEDIAMO MA CIO’ CHE NON IMMAGINIAMO
Mentre osservo, immerso in questo pensiero, sogno Palestrina mentre compone la sua musica, chiuso nel suo aureo studio romano.
Non posso comprendere la ragione di tanta fatica e magnificenza nella sua musica; eppure, mi sovviene un pensiero: chissà se tanta bellezza sia stata scritta anche per me?
Per noi?
È con questo pensiero che le murate pareti dei monti che mi circondano non mi paiono più diverse dalle pareti della stanza dove Palestrina compone.
Lo vedo sollevare lo sguardo e osservare intorno a sé Punta Marsè e l’Uia Bellavarda. Si sofferma sulla punta piramidale della Uia di Pratofiorito e, in quell’istante, sul pentagramma non traccia più un canto monovocale, ma una polifonia perfetta di voci che anche io ascolto.
È l’immagine della bellezza che vedono i suoi occhi.
Che vedo io.
KYRIE ELEISON
La Missa Papae Marcelli è composta da sei, forse sette movimenti. Lascio agli esperti disquisire se l’Agnus Dei sia un movimento unico diviso in due parti o da considerarsi tale.
Certo è che il Kyrie eleison è il movimento iniziale.
Sono due parole.
Due parole ripetute da un coro, da sei voci.
Null’altro.
Dopo la fatica di essere fin qui giunto, osservando questo nulla bianco e silenzioso ai piedi della montagna, scorgo il suono delle voci scaturire dall’avvallamento del monte.
Il lago.
Immagino il suono delle voci come la brezza che sfiora il suo manto di neve.
Immagino il suono delle voci come la pietra che rotola dalla montagna.
Immagino il suono della neve come il fiocco che si trasforma in goccia e torna a essere acqua.
Immagino l’acqua sopita che torna a essere fiume e giunge a valle.
Tornerò in primavera, in estate, in autunno.
E tu, lago, sarai ancora qui.
Altri verranno dopo di me ad ascoltarti.
Dedicato a chi ama la montagna.
E a chi sa ascoltare ciò che non si vede.
28 gennaio 2023