NEVICATA
Che fatica svegliarsi la mattina quando da una settimana la pioggia scende ininterrottamente e, per di più, dopo oltre un mese trascorso chiusi in casa.
È ormai passato un anno dal primo momento in cui ci siamo, nostro malgrado, trovati ad affrontare questa impensabile epidemia.
«Qui intorno è tutto zeppo d’acqua, ma almeno, quasi certamente, più in alto sarà nevicato e la montagna dietro casa si sarà imbiancata», pensai.
Mi affacciai alla finestra che guarda a nord — la montagna, appunto — ed ebbi la conferma. La neve scendeva dalla cima del monte Soglio fino alle case della frazione più bassa, a ridosso del paese.
La prima impressione che si ha della neve è la trasformazione del paesaggio. Qualunque esso sia.
Lo abbellisce sempre. Cancella ogni imperfezione.
Chi non è rimasto, almeno una volta nella vita, suggestionato da un paesaggio innevato?
È questa la forma più elementare della neve.
La più apparente.
Immediata.
È ormai passato un anno dal primo momento in cui ci siamo, nostro malgrado, trovati ad affrontare questa impensabile epidemia.
«Qui intorno è tutto zeppo d’acqua, ma almeno, quasi certamente, più in alto sarà nevicato e la montagna dietro casa si sarà imbiancata», pensai.
Mi affacciai alla finestra che guarda a nord — la montagna, appunto — ed ebbi la conferma. La neve scendeva dalla cima del monte Soglio fino alle case della frazione più bassa, a ridosso del paese.
La prima impressione che si ha della neve è la trasformazione del paesaggio. Qualunque esso sia.
Lo abbellisce sempre. Cancella ogni imperfezione.
Chi non è rimasto, almeno una volta nella vita, suggestionato da un paesaggio innevato?
È questa la forma più elementare della neve.
La più apparente.
Immediata.
Calzati gli scarponi e riempito lo zaino con il minimo indispensabile, uscii di casa.
Fa sempre una piacevole impressione scoprire che l’asfalto, dopo le prime curve, si è colorato di bianco per una leggera patina di nevischio ghiacciato. Qualche auto mi passò accanto, slittando sui tornanti. Ma erano poche le macchine che, in quei giorni, si avventuravano fin quassù. Meglio così.
Non è una montagna tormentata dai visitatori quella che abita dietro casa. È una montagna paesana, frequentata per lo più da chi vive alle sue pendici e da pochi altri che la salgono dalla valle adiacente.
Fa sempre una piacevole impressione scoprire che l’asfalto, dopo le prime curve, si è colorato di bianco per una leggera patina di nevischio ghiacciato. Qualche auto mi passò accanto, slittando sui tornanti. Ma erano poche le macchine che, in quei giorni, si avventuravano fin quassù. Meglio così.
Non è una montagna tormentata dai visitatori quella che abita dietro casa. È una montagna paesana, frequentata per lo più da chi vive alle sue pendici e da pochi altri che la salgono dalla valle adiacente.
Lontana dalle mete alpinistiche classiche. Alta poco meno di duemila metri: quanto basta per squalificarla agli occhi dei turisti dei quattromila. Per intenderci, quelli che i primi duemila metri li percorrono in auto o in funivia.
Ultimamente chi ha meno anni di me la percorre correndo. Ogni tanto lo vorrei fare anch’io. Non mi dispiacerebbe correre un po’ con lei, ma si sa: non sempre ciò che si desidera è realizzabile, specie quando la mente è giovane e il fisico non la segue.
In questo periodo di epidemia, in cui gli spostamenti sono limitati e siamo obbligati a vivere l’ambiente che circonda le nostre abitazioni, va bene anche questa montagna che, inaspettatamente, piace a tanti. Si direbbe viva una nuova giovinezza.
Scrivo questo pensando a quando, nel secolo scorso, a cavallo delle due guerre mondiali e negli anni successivi, tutta la vallata sottostante era ben abitata e frequentata. Poi il declino economico e il conseguente lento abbandono della montagna furono inevitabili.
Lei, però, è rimasta immutata nella sua bellezza.
Le montagne sono così: belle a ogni età.
Sono cambiati soltanto i frequentatori. Forse.
Ultimamente chi ha meno anni di me la percorre correndo. Ogni tanto lo vorrei fare anch’io. Non mi dispiacerebbe correre un po’ con lei, ma si sa: non sempre ciò che si desidera è realizzabile, specie quando la mente è giovane e il fisico non la segue.
In questo periodo di epidemia, in cui gli spostamenti sono limitati e siamo obbligati a vivere l’ambiente che circonda le nostre abitazioni, va bene anche questa montagna che, inaspettatamente, piace a tanti. Si direbbe viva una nuova giovinezza.
Scrivo questo pensando a quando, nel secolo scorso, a cavallo delle due guerre mondiali e negli anni successivi, tutta la vallata sottostante era ben abitata e frequentata. Poi il declino economico e il conseguente lento abbandono della montagna furono inevitabili.
Lei, però, è rimasta immutata nella sua bellezza.
Le montagne sono così: belle a ogni età.
Sono cambiati soltanto i frequentatori. Forse.
Cantello, Brach, Bosonetti, Vignetti, Fopa: le frazioni. Altre case si intravedono fra gli spogli rami degli alberi: Cimapiasole e Valnuovo. La strada continua fra i tornanti che, non molto tempo fa, erano almeno una volta all’anno pista per una gara di velocità in salita. Ora non più. Restano alcune testimonianze, e la neve ha imbiancato anche questi ricordi, conferendo loro un’aura malinconica. Poco oltre, il pilone recentemente restaurato per un ex voto preannuncia l’arrivo ai Milani e, infine, al santuario omonimo: il Santuario della Madonna dei Milani. La sua storia si perde nei secoli, e tutto ebbe inizio proprio da quel segno semplice. La strada termina. Oltre non si può proseguire con le autovetture.
Un piccolo piazzale accoglie una fontana e un paio di panchine.
D’estate è mia abitudine arrivare fin quassù in macchina e, sui gradini del santuario, calzare gli scarponi prima di incamminarmi sul sentiero che si addentra nel bosco. È l’occasione per fermarsi un attimo e leggere la prosa affrescata sul muro accanto al portone d’ingresso.
Un piccolo piazzale accoglie una fontana e un paio di panchine.
D’estate è mia abitudine arrivare fin quassù in macchina e, sui gradini del santuario, calzare gli scarponi prima di incamminarmi sul sentiero che si addentra nel bosco. È l’occasione per fermarsi un attimo e leggere la prosa affrescata sul muro accanto al portone d’ingresso.
Inizia così: «Magnifica il Signore anima mia perché hai guardato l’umiltà della tua serva…».
Devo confessare che, giunto ormai alla soglia dei sessant’anni, non ho ancora compreso il senso profondo di queste parole. Eppure, fin da quando adolescente le ascoltai in montagna, in altre valli, hanno sempre esercitato su di me un grande fascino.
Non intendo prodigarmi ora, né tediare alcuno con argomentazioni letterarie. Mi preme soltanto dire che queste parole mi sono sempre sembrate adatte per iniziare un cammino, per imboccare un sentiero che conduce in cima a una montagna.
Mi ricordano la magnificenza con cui guardiamo verso la vetta e come, dall’alto, la nostra piccolezza possa essere osservata.
Sono parole che determinano un punto di contatto fra un immaginario che giustifica la nostra esistenza e l’esistenza stessa.
Chissà.
È un connubio misterioso.
Con questo spirito mi avventurai nel bosco innevato.
Non intendo prodigarmi ora, né tediare alcuno con argomentazioni letterarie. Mi preme soltanto dire che queste parole mi sono sempre sembrate adatte per iniziare un cammino, per imboccare un sentiero che conduce in cima a una montagna.
Mi ricordano la magnificenza con cui guardiamo verso la vetta e come, dall’alto, la nostra piccolezza possa essere osservata.
Sono parole che determinano un punto di contatto fra un immaginario che giustifica la nostra esistenza e l’esistenza stessa.
Chissà.
È un connubio misterioso.
Con questo spirito mi avventurai nel bosco innevato.
Quello che solitamente è un sottobosco fitto di rovi e sterpaglie era stato completamente trasformato dalla neve. L’informe groviglio di rami, foglie sospese e tronchi spezzati pareva un ricamo bianco, un prezioso merletto.
Mani abili e mente eccelsa lo avevano tessuto nel cuore della notte per essere visto solo alle prime luci dell’alba. Il sole del tardo mattino lo avrebbe dissolto.
La neve si posa sul fianco dei tronchi, dove il vento notturno la trasporta. Si incunea nelle giunture dei rami, si deposita sulle punte delle foglie, le avvolge, si appende, infine gocciola.
Una meraviglia silenziosa.
Il sentiero si inerpica nel bosco innevato, attraversandolo e trovando il bandolo di quel fitto, incantato reticolo bianco. Giunge fino alla sommità della prima alpe, dove il bosco dirada.
Mi mossi sul manto di neve immaginando il tracciato estivo, fino a giungere all’ultimo piccolo arbusto solitario che segna l’inizio della salita alla montagna vera e propria.
Ora, non più nascosta dagli alberi, la montagna si palesò di fronte a me.
Mani abili e mente eccelsa lo avevano tessuto nel cuore della notte per essere visto solo alle prime luci dell’alba. Il sole del tardo mattino lo avrebbe dissolto.
La neve si posa sul fianco dei tronchi, dove il vento notturno la trasporta. Si incunea nelle giunture dei rami, si deposita sulle punte delle foglie, le avvolge, si appende, infine gocciola.
Una meraviglia silenziosa.
Il sentiero si inerpica nel bosco innevato, attraversandolo e trovando il bandolo di quel fitto, incantato reticolo bianco. Giunge fino alla sommità della prima alpe, dove il bosco dirada.
Mi mossi sul manto di neve immaginando il tracciato estivo, fino a giungere all’ultimo piccolo arbusto solitario che segna l’inizio della salita alla montagna vera e propria.
Ora, non più nascosta dagli alberi, la montagna si palesò di fronte a me.
Non c’erano più tracce immaginarie da seguire.
Un’unica distesa bianca fino alla vetta
Osservai la montagna e le colonne della tormenta che flagellavano la sommità.
«Vuoi salire per la verticale diretta?» mi dissi.
Sarà per una prossima volta.
Il desiderio di vedere anche l’altra vallata prese il sopravvento. Scelsi così il sentiero che, in estate, giunge in vetta per il versante che guarda a est. Da questo sentiero ebbi modo di vedere il Cervino.
L’ultimo spigolo del monte africano si para sempre davanti non appena si arriva al primo colletto che svalica sulla cresta.
Da una piccola montagna, una grande montagna.
L’occhio le unisce, le concatena, e a me piace pensare questo incontro come il gemellaggio dei monti.
Un’unica distesa bianca fino alla vetta
Osservai la montagna e le colonne della tormenta che flagellavano la sommità.
«Vuoi salire per la verticale diretta?» mi dissi.
Sarà per una prossima volta.
Il desiderio di vedere anche l’altra vallata prese il sopravvento. Scelsi così il sentiero che, in estate, giunge in vetta per il versante che guarda a est. Da questo sentiero ebbi modo di vedere il Cervino.
L’ultimo spigolo del monte africano si para sempre davanti non appena si arriva al primo colletto che svalica sulla cresta.
Da una piccola montagna, una grande montagna.
L’occhio le unisce, le concatena, e a me piace pensare questo incontro come il gemellaggio dei monti.
Su quel tratto di montagna la neve, non incontrando più alcun albero sul suo cammino, si comporta in tutt’altro modo rispetto al bosco sottostante. I pendii sono una perfetta distesa bianca. La neve evidenzia l’andamento del terreno quasi ovunque.
Sì, quasi ovunque.
In altri punti il vento e il freddo della notte hanno disegnato strani pinnacoli sul manto nevoso. Creano variegati disegni, piccoli avvallamenti, una vastità incredibile di segni, di forme di ogni dimensione.
Pare come l’immenso tamburo cilindrico di un carillon.
Se avessi potuto sfiorare con una mano la distesa bianca che avevo innanzi, forse avrebbe emesso tanti suoni quante erano le sue infinite imperfezioni.
Avrei potuto ascoltare questa melodia a ogni passo.
Chissà.
In altri punti il vento e il freddo della notte hanno disegnato strani pinnacoli sul manto nevoso. Creano variegati disegni, piccoli avvallamenti, una vastità incredibile di segni, di forme di ogni dimensione.
Pare come l’immenso tamburo cilindrico di un carillon.
Se avessi potuto sfiorare con una mano la distesa bianca che avevo innanzi, forse avrebbe emesso tanti suoni quante erano le sue infinite imperfezioni.
Avrei potuto ascoltare questa melodia a ogni passo.
Chissà.
La ripida salita fu fatica, e il vento non concesse alcuna tregua mentre soffiava verso la vetta, sollevando quanta più neve poteva.
Non ci fu la pace attesa, quella che solitamente accompagna l’arrivo in punta.
Troppo vento.
Tormenta.
Bufera.
Azzardai uno scatto per immortalare l’arrivo. Impossibile.
Le dita si gelarono nel breve attimo in cui cercai di aprire lo zaino, che a sua volta si riempì di neve. Fu inutile insistere: sarei salito un’altra volta, nelle settimane successive.
Mi guardai intorno.
Fu impossibile guardare oltre il pilone della Madonna, oltre il ceppo di vetta, oltre il parafulmine, oltre la rosa dei venti, oltre qualunque oltre.
Avrei voluto salutare con lo sguardo il Gran Paradiso che, in tutta la sua magnificenza, si ammira da questo punto della valle.
Impossibile.
Fu tutto impossibile. La neve, spazzata e sollevata dal vento, era ovunque e occupava ogni spazio intorno a me.
Scesi.
Nessuna sosta, questa volta.
Non ci fu la pace attesa, quella che solitamente accompagna l’arrivo in punta.
Troppo vento.
Tormenta.
Bufera.
Azzardai uno scatto per immortalare l’arrivo. Impossibile.
Le dita si gelarono nel breve attimo in cui cercai di aprire lo zaino, che a sua volta si riempì di neve. Fu inutile insistere: sarei salito un’altra volta, nelle settimane successive.
Mi guardai intorno.
Fu impossibile guardare oltre il pilone della Madonna, oltre il ceppo di vetta, oltre il parafulmine, oltre la rosa dei venti, oltre qualunque oltre.
Avrei voluto salutare con lo sguardo il Gran Paradiso che, in tutta la sua magnificenza, si ammira da questo punto della valle.
Impossibile.
Fu tutto impossibile. La neve, spazzata e sollevata dal vento, era ovunque e occupava ogni spazio intorno a me.
Scesi.
Nessuna sosta, questa volta.
CAMMINANDO ATTORNO A CASA
È primavera quando scendo dalla montagna.
Inevitabilmente, camminando fronte a valle, lo sguardo è fisso sulla pianura sottostante. Tutto il Canavese si para di fronte.
Ma proprio tutto.
Gli occhi si riempiono di una vista che spazia dalla morena che si incunea nella valle d’Aosta alla collina del Torinese, che fa da ponte allo sguardo verso ovest, fino allo svettante Monviso. Nelle limpide giornate di primavera, quando la calura estiva non è ancora arrivata, si distinguono le distese delle risaie del Vercellese e le grandi torri di Trino.
Quando il cielo è più limpido del blu, si può riconoscere quella che un tempo era la città famosa per i suoi tessuti, Biella, e da lì, con un po’ di immaginazione, risalire l’omonimo torrente fino al lago Mucrone e al monte che lo sovrasta.
È bello ripassare in questo modo un po’ di geografia. Ma è ancora più bello sapere che questa mirabile cartina geografica è stata percorsa a piedi, dall’una all’altra valle. Lascio allora che la mente vaghi nei ricordi dei luoghi. La fredda foresta sulla sommità della morena, là dove questa si attacca al Mombarone, immaginata così fredda per i millenni trascorsi sotto il ghiacciaio, a cercare di germogliare. Oppure il bosco attraversato al buio, quando nemmeno con la pila frontale accesa riuscii a trovare la minima traccia di un sentiero, volendo lasciare Bose alle mie spalle diretto a Viverone passando per Zimone, per poi giungervi in piena notte.
La neve è rimasta sulla vetta.
Nel bosco, il primo tenue caldo inizia a fare il suo corso sugli alberi; più in basso, la neve al bordo della strada ha lasciato il posto ai rigagnoli d’acqua, prima, e alle foglie dell’autunno spazzate via, poi.
Già si sentono gli uccelli, che non hanno mai abbandonato questa montagna, festosi nel salutare la bella stagione che verrà.
Nelle mattine assolate di primavera, le nebbie coprono interamente le case. I paesi svaniscono alla vista e solo qualche campanile riesce a farsi notare qua e là.
Mi tornano in mente altri pensieri.
Altre parole.
” Se io fossi un albero / tu l’orologio del campanile che scandisce il tempo / all’imbrunire rosa della sera potremmo vedere lontano le luci della battaglia / ascoltare gli echi della guerra nei lamenti dei guerrieri caduti nel giorno appena trascorso / nell’inutile quotidiano fatto con le foglie del nostro giardino”
Chi le scrisse?
Inevitabilmente, camminando fronte a valle, lo sguardo è fisso sulla pianura sottostante. Tutto il Canavese si para di fronte.
Ma proprio tutto.
Gli occhi si riempiono di una vista che spazia dalla morena che si incunea nella valle d’Aosta alla collina del Torinese, che fa da ponte allo sguardo verso ovest, fino allo svettante Monviso. Nelle limpide giornate di primavera, quando la calura estiva non è ancora arrivata, si distinguono le distese delle risaie del Vercellese e le grandi torri di Trino.
Quando il cielo è più limpido del blu, si può riconoscere quella che un tempo era la città famosa per i suoi tessuti, Biella, e da lì, con un po’ di immaginazione, risalire l’omonimo torrente fino al lago Mucrone e al monte che lo sovrasta.
È bello ripassare in questo modo un po’ di geografia. Ma è ancora più bello sapere che questa mirabile cartina geografica è stata percorsa a piedi, dall’una all’altra valle. Lascio allora che la mente vaghi nei ricordi dei luoghi. La fredda foresta sulla sommità della morena, là dove questa si attacca al Mombarone, immaginata così fredda per i millenni trascorsi sotto il ghiacciaio, a cercare di germogliare. Oppure il bosco attraversato al buio, quando nemmeno con la pila frontale accesa riuscii a trovare la minima traccia di un sentiero, volendo lasciare Bose alle mie spalle diretto a Viverone passando per Zimone, per poi giungervi in piena notte.
La neve è rimasta sulla vetta.
Nel bosco, il primo tenue caldo inizia a fare il suo corso sugli alberi; più in basso, la neve al bordo della strada ha lasciato il posto ai rigagnoli d’acqua, prima, e alle foglie dell’autunno spazzate via, poi.
Già si sentono gli uccelli, che non hanno mai abbandonato questa montagna, festosi nel salutare la bella stagione che verrà.
Nelle mattine assolate di primavera, le nebbie coprono interamente le case. I paesi svaniscono alla vista e solo qualche campanile riesce a farsi notare qua e là.
Mi tornano in mente altri pensieri.
Altre parole.
” Se io fossi un albero / tu l’orologio del campanile che scandisce il tempo / all’imbrunire rosa della sera potremmo vedere lontano le luci della battaglia / ascoltare gli echi della guerra nei lamenti dei guerrieri caduti nel giorno appena trascorso / nell’inutile quotidiano fatto con le foglie del nostro giardino”
Chi le scrisse?
Ed infine.
Ho trascorso questi mesi del lockdown salendo ogni domenica in cima alla montagna che ho dietro casa. A ogni salita scorgevo un particolare nuovo, mai notato prima: una cassetta delle lettere di colore rosso, un cespuglio, il frammento di un dipinto dentro un pilone votivo, una pietra sporgente da un muretto di cinta.
In questi mesi ho osservato la natura fare il suo corso, dalle gelide e sconsolate domeniche dell’inverno alle più tiepide e sorridenti della primavera.
Tutto questo sempre, e solamente, girando attorno — e poco oltre — la mia casa.
Camminando attorno a ogni nostra casa, ovunque essa sia, c’è sempre una foglia che cade da un albero…
un gatto randagio…
una cassetta delle lettere di colore rosso.
Ho trascorso questi mesi del lockdown salendo ogni domenica in cima alla montagna che ho dietro casa. A ogni salita scorgevo un particolare nuovo, mai notato prima: una cassetta delle lettere di colore rosso, un cespuglio, il frammento di un dipinto dentro un pilone votivo, una pietra sporgente da un muretto di cinta.
In questi mesi ho osservato la natura fare il suo corso, dalle gelide e sconsolate domeniche dell’inverno alle più tiepide e sorridenti della primavera.
Tutto questo sempre, e solamente, girando attorno — e poco oltre — la mia casa.
Camminando attorno a ogni nostra casa, ovunque essa sia, c’è sempre una foglia che cade da un albero…
un gatto randagio…
una cassetta delle lettere di colore rosso.
31 gennaio 2021